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La proposta della Commissione su data center & sostenibilità, l’ipotesi di una hotline USA-Cina per gli incidenti AI, l’Australia discute su AI & copyright

By Stefano da Empoli · 28 Sep 2026

1. Data center: sulla sostenibilità l’Europa passa dalla misurazione alla comparabilità

Lunedì 21 settembre, la Commissione europea ha proposto un sistema comune per valutare la sostenibilità dei data center. Il provvedimento riguarda gli impianti con potenza installata di almeno 500 kW e renderebbe confrontabili indicatori relativi a efficienza energetica e idrica.

Gli operatori saranno tenuti a fornire informazioni sul rapporto tra consumo d’acqua e stress idrico del territorio, nonché sulla capacità di contribuire al sistema energetico locale, per esempio recuperando il calore prodotto. La proposta non impone tetti ai consumi e non richiede la pubblicazione del consumo energetico totale di ciascun impianto, ritenuto un’informazione commercialmente sensibile e meno utile di altre. Un indice di efficienza può infatti migliorare anche mentre il consumo assoluto cresce, se l’aumento della capacità computazionale è ancora più rapido. Il sistema europeo proposto offre quindi una metrica utile, anche se non può risolvere da solo naturalmente i problemi di disponibilità della rete, costo dell’elettricità, consumo idrico e accettabilità territoriale. Rappresenta tuttavia un passo importante verso una maggiore consapevolezza e trasparenza, alla base di una gestione corretta delle potenziali criticità prima richiamate.

L’intervento arriva mentre la capacità europea dei data center dovrebbe passare secondo le previsioni da circa 12 GW nel 2025 a 28 GW nel 2030. Gli impianti assorbono già, secondo la Commissione, intorno al 2,5% dell’elettricità consumata nell’UE. L’espansione dell’IA rende quindi inseparabili politica digitale ed energetica.

Prima che la procedura possa concludersi, Parlamento e Consiglio dispongono di due mesi per formulare obiezioni. In loro assenza, le regole potranno entrare in vigore. Il sistema dovrebbe successivamente offrire la base informativa per standard minimi obbligatori applicabili agli impianti nuovi o esistenti.

Sul piano industriale, il trade-off è evidente. Requisiti troppo deboli trasferirebbero alla collettività i costi infrastrutturali; requisiti frammentati, imprevedibili o troppo stringenti potrebbero invece spostare gli investimenti verso altre giurisdizioni. L’etichetta comune prova a evitare almeno il rischio della frammentazione nazionale.

Cosa guardare per seguire gli sviluppi: testo definitivo e numero dell’atto; eventuali obiezioni di Parlamento o Consiglio; trattamento dei dati commercialmente sensibili; differenza tra efficienza e consumo assoluto; collegamento con autorizzazioni, reti elettriche e futuri standard minimi.

2. Stati Uniti–Cina: nasce una hotline per gli incidenti AI?

Nei colloqui tenutisi a New York in preparazione del vertice tra USA e Cina della scorsa settimana, Washington ha proposto a Pechino un meccanismo di notifica per gli incidenti di IA potenzialmente rilevanti per la sicurezza nazionale. Scott Bessent ha presentato l’obiettivo come un passaggio dall’opacità a una maggiore trasparenza tra le due maggiori potenze dell’intelligenza artificiale.

Perché diventi un accordo operativo, mancano definizioni condivise di “incidente”, soglie di notifica, autorità responsabili e modalità di verifica. Il valore politico della proposta è tuttavia significativo: Stati Uniti e Cina riconoscono implicitamente che la competizione non elimina l’interdipendenza rispetto ai rischi estremi. Le categorie potenzialmente interessate comprendono cyberattacchi alle infrastrutture critiche, assistenza alla produzione di agenti biologici, propagazione autonoma dei sistemi e comportamenti non previsti dei modelli più avanzati. In assenza di canali dedicati, un incidente potrebbe essere interpretato come un’azione deliberata dello Stato avversario, innescando un’escalation.

Il parallelo con le hotline nucleari va usato con prudenza. Un modello AI è più diffuso, replicabile e controllato da soggetti privati; inoltre, l’attribuzione di un incidente informatico è spesso incerta. Proprio per questo servirebbero protocolli tecnici oltre al dialogo diplomatico: tassonomie comuni, punti di contatto permanenti ed esercitazioni. La cooperazione resterà limitata dalla rivalità sui semiconduttori e dai controlli statunitensi alle esportazioni. Può però emergere una forma di “stabilità strategica minima”: nessun accordo sulla distribuzione del potere tecnologico, ma alcuni strumenti per evitare errori di interpretazione.

Visto dall’Europa, il timore già paventato da diversi osservatori è quello di rimanere esclusa, nonostante sia uno dei principali mercati e abbia regolamentazione e governance già decisamente più maturi rispetto a Stati Uniti e Cina.

Cosa guardare per seguire gli sviluppi: eventuale annuncio congiunto successivo al vertice Trump–Xi della scorsa settimana; autorità incaricate; modalità di inclusione delle imprese private; criteri di rilevanza nazionale; estensione a incidenti cyber e biologici; possibile apertura del meccanismo ad altri Paesi.

3. Australia: chi paga i dati con cui si costruisce l’IA?

Secondo indiscrezioni apparse sui giornali australiani, OpenAI e Anthropic avrebbero chiesto al governo di Canberra di attenuare gli ostacoli all’impiego di contenuti protetti nell’addestramento dei modelli. Le società sostengono che una disciplina più chiara e prevedibile favorirebbe investimenti locali in data center e training; editori e creatori temono invece una sottrazione di valore senza consenso o compensazione adeguati.

Il tema è ora davanti al Joint Select Committee on Artificial Intelligence, istituito dalle due Camere del Parlamento australiano lo scorso 20 agosto. I suoi termini di riferimento includono produttività, investimenti, data center, sicurezza nazionale e rapporto tra IA e copyright. Le osservazioni si sono chiuse il 14 settembre; il rapporto è atteso entro il 30 novembre 2026.

Il dibattito non si riduce alla scelta tra divieto ed eccezione generale. Tra le opzioni discusse figurano licenze collettive, remunerazione attraverso organismi centrali, accordi diretti con i titolari e sistemi di opt-out. Ciascuna soluzione distribuisce diversamente costi di transazione e potere negoziale. Un opt-out è facilmente gestibile per grandi editori, ma molto meno per singoli autori e piccole imprese creative. Una licenza collettiva può ampliare la compensazione, ma deve stabilire chi incassa, con quali criteri e come trattare opere straniere o titolari non registrati.

La posta in gioco è internazionale. L’UE prevede un’eccezione per il text and data mining accompagnata dalla possibilità di riservare i diritti; il Regno Unito continua a discutere accesso ai dati e remunerazione; negli Stati Uniti la disciplina si sta formando soprattutto attraverso le decisioni dei tribunali. L’Australia potrebbe scegliere una soluzione intermedia, usando certezza giuridica e compensazione come leve per attrarre investimenti.

Cosa guardare per seguire gli sviluppi: pubblicazione integrale delle submission; posizione formale del governo; raccomandazioni parlamentari di novembre; natura opt-in o opt-out del sistema; eventuali requisiti di trasparenza sui dataset; eventuale collegamento tra agevolazioni ai data center e accordi con l’industria creativa.